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  • Il gioco dei tiranni

    Il 2 gennaio 2026 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con un post sul suo social network Truth, dichiara: “Se l’Iran spara e uccide violentemente dei manifestanti pacifici, in quanto suo costume, gli Stati Uniti d’America andranno in loro soccorso. Siamo carichi e pronti a partire”. Per dare un po’ di contesto, le proteste nel paese erano iniziate il 28 dicembre 2025, allargandosi a macchia d’olio e raggiungendo il climax verso i primi di gennaio. Circa due mesi dopo, il 28 febbraio, gli USA e Israele lanciano un’offensiva congiunta contro la repubblica islamica, provocando in risposta una serie di attacchi di ritorsione contro le basi americane in medio oriente e in territorio israeliano. Il medio oriente è completamente destabilizzato, le possibilità di pace nella regione cancellate.

    Come se non bastasse, il 3 gennaio a Caracas i militari della squadra Delta Force, in collaborazione con la CIA, si presentano improvvisamente con oltre 150 aerei delle forze armate statunitensi, che attaccano a nord del Venezuela permettendo agli elicotteri di portare a termine l’operazione Absolute Resolve. L’operazione consisteva sostanzialmente nella cattura del presidente Maduro e di sua moglie Cilia Flores, ed è stata giustificata dalle gravi accuse che il presidente Trump aveva mosso contro il presidente Maduro. Qualche giorno dopo Maduro viene processato insieme alla moglie, nel tribunale dello stato di New York, con l’accusa di narco-traffico, terrorismo e possesso di armi da fuoco (in che modo quest’ultimo si profili come un reato internazionale è ancora da chiarire). Questa mossa da parte degli Stati Uniti ha violato i principi del consueto diritto internazionale, ma non essendo il primo presidente a violarlo, ne sarà l’ultimo, ciò non ha destato molto stupore. Essere a conoscenza dei reali motivi che si celano dietro l’operazione, non cambierebbe la condizione dei cittadini. In entrambi i paesi, Venezuela da una parte e Iran dall’altra, la popolazione è afflitta da dubbi e incertezze riguardo al proprio futuro. Scegliere il male minore tra un impero diretto da un governo quasi-fascista e un’autocrazia locale, sia essa teocrazia o regime socialista corrotto, non è scelta facile. D’altra parte, iraniani e venezuelani non sono gli unici a dover affrontare questa decisione.

    Molti osservatori hanno riconosciuto nelle dinamiche internazionali più recenti la fine del mondo unipolare (a egemonia statunitense) e l’inizio di quello multipolare, in cui più centri di potere negoziano la loro sfera di influenza. Anche se sarebbe più corretto di parlare di mondo multimperiale, visto che le pratiche di condotta delle nuove ultrapotenze (il termine superpotenze è riduttivo) rappresentano una versione “moderna” di quelle degli imperi di inizio ‘900. A queste si aggiunge il perfezionamento del fascismo del terzo millennio, di cui quello americano è solo l’ultima, più riuscita, istanza. A precederlo c’è quello cleptocrate russo e al margine, con le sue somiglianze e differenze, l’autoritarismo cinese. Questi attori, Stati Uniti, Russia e Cina, sono gli attuali protagonisti del teatro internazionale. E, come in una rappresentazione teatrale, il pubblico tende ad indentificarsi con uno dei personaggi principali, così l’opinione pubblica mondiale si divide in schieramenti, sostenendo l’una o l’altra parte e dimenticandosi non solo del fatto che esistono attori minori, ma anche che esso stesso, come pubblico pagante, è la vera macchina che coi suoi ingranaggi rende possibile l’esistenza stessa di questo teatro. E non deve cercare qualcuno che lo rappresenti al di fuori di sé, soprattutto se sul palco ci sono attori discutibili.

    Il sistema politico internazionale che si va configurando sotto i nostri occhi presenta delle contraddizioni difficili da ignorare. Innanzitutto, se davvero esistessero o si stessero creando più centri di potere, nessuno di questi rappresenta un baluardo della democrazia, della garanzia di libertà individuale e collettiva, di benessere e di progresso sociale. Da ciò segue che gli stati come Iran e Venezuela, dove sono in corso delle proxy war interne tra due o più ultrapotenze che sostengono il proprio alleato interno, possono solo scegliere se unirsi ad un impero o ad un altro, a quale diavolo vendere l’anima insomma. D’altra parte non potrebbero fare diversamente; non c’è stato che rappresenti un’alternativa credibile al modello autocratico-imperalista e che allo stesso tempo sia capace di sostenere gli sforzi bellici di un altro. Non si possono trascurare anche le tensioni tra Israele e Iran, così come quelle tra Cina e Corea del Nord da un lato e Giappone e Corea del Sud dall’altro, che rappresentano una specie di deterrenza per procura. Così molti popoli, nel lottare per la loro libertà e indipendenza, si trovano paradossalmente a fare il gioco del loro tiranno o se ne liberano per finire nelle grinfie di un altro. E il fatto che questo accada simultaneamente in tanti paesi diversi del mondo, rende difficile organizzarsi dall’esterno per portare solidarietà ai popoli in difficoltà.

    Lo scorso 20 gennaio il primo ministro canadese Mark Carney ha messo in luce questo paradosso proferendo il suo discorso al World Economic Forum. Secondo le sue parole: le medie potenze dovrebbero porre come priorità lo sviluppo delle economie domestiche e criticare “l’intimidazione economica” proveniente da “sia alleati che rivali”. Il decentramento dell’egemonia economica e politica è una necessità in un mondo dominato da multinazionali, big tech e stati “tesorieri” e, per quanto sia d’obbligo riproporre lo stesso schema anche all’interno delle realtà nazionali, un’alleanza di middle powers che miri a contrastare lo strapotere dei nuovi imperi a livello internazionale è sicuramente un passo nella giusta direzione. Beninteso che, quando questo decentramento sarà avvenuto, bisognerà evitare un successivo accumulo di potere in mani diverse; la strada dunque è lunga.

    C’è solo una domanda che ci rimane da fare: in che modo Stati Uniti, Russia e Cina hanno sviluppato e stanno sviluppando la loro egemonia sulla scena mondiale?

    Stati Uniti

    Dall’inizio della seconda amministrazione Trump, la politica estera americana ha raggiunto dei livelli di aggressività paragonabili a quelli degli anni ’70 del secolo scorso, il periodo delle operazioni stay-behind nei paesi della Nato e delle Condor in quelli dell’America Latina. Prima le dichiarazioni sul Canada, poi a seguire Panama, Groenlandia, Gaza e lo stesso Venezuela (“[The US, ndr.] is going to run the country”, 4 gennaio). A questo si aggiunge la repressione interna al paese condotta dall’ICE: l’agenzia di controllo dell’immigrazione; che oramai dà più l’impressione di essere la milizia personale del presidente. L’intervento militare diretto, per ora realizzatosi solo a Caracas, viaggia a doppio filo con l’uso dei dazi come strumento coercitivo, col fine di influenzare la politica interna degli stati europei e di quelli sudamericani. Mossa forse poco furba o poco proficua per gli Stati Uniti, a cui pare aver posto rimedio con un recente accordo con l’India. Infatti il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un taglio dei dazi doganali dal 50% al 18% sui prodotti provenienti dall’India, in cambio del blocco delle importazioni di petrolio russo e di un taglio alle barriere commerciali in materia di energia, armamenti, telecomunicazioni e farmaceutica. Mossa forse volta a sfavorire il dominio Russo e Cinese in questi settori d’esportazione.

    Per guadagnarsi anche la supremazia tecnologica, lo scorso anno il presidente ha dato il via libera per togliere molte restrizioni legali imposte dagli stati membri alle aziende che sviluppano AI. “L’ordine esecutivo del dicembre 2025 è presentato come un atto di indirizzo che assume l’intelligenza artificiale come infrastruttura dell’economia e della sicurezza nazionale, con una grammatica tipica delle fasi di competizione strategica: unificazione del mercato, riduzione dei costi di compliance, accelerazione dell’innovazione, presidio della leadership globale. In questo quadro, l’eterogeneità degli interventi statali viene assunta come fattore di disarticolazione del mercato nazionale e come elemento di vulnerabilità, perché incide sulla prevedibilità regolatoria per operatori che sviluppano e distribuiscono sistemi di IA su scala interstatale” (Agenda Digitale, 2025). Tutto ciò naturalmente ha un prezzo: gli impianti sono energivori, ed è stato stimato che uno di essi consumi quanto mille supermercati Walmart, per restare in tema americano. La soluzione è dunque spingere le varie aziende tecnologiche a investire direttamente nella costruzione di nuove centrali, con un contratto quindicennale. Si potrebbe parlare all’infinito di questo settore sempre in crescita, pertanto ci riserveremo qualche articolo a parte.

    Russia

    Nel 2014 la Crimea viene annessa al Cremlino, dopo un’invasione militare e un referendum plebiscitario (97% dei voti a favore dell’annessione). Poco più a nord-est Mosca appoggia le spinte separatiste del Donbass manipolando l’intento dei rivoluzionari, che hanno come obiettivo la separazione del proprio territorio da qualsiasi governo centrale e la sua autogestione, per destabilizzare il governo di Kiev. Durante questa guerra, che si è trascinata fino ad oggi, le infrastrutture della regione sono state distrutte e la sua popolazione dislocata. Solo nel luglio dello stesso anno l’entità dei danni ammontava a 750 milioni di dollari statunitensi (o circa 634 milioni di euro). Nel novembre 2017 le persone fuggite dalla zona erano quasi 2 milioni. Le promesse di proteggere la popolazione russofona del luogo si sono tradotte nella sua deportazione o massacro, senza contare tutte le vittime civili ucraine uccise dai bombardamenti, da droni militari o semplicemente morte di freddo per l’assenza di corrente, e quindi di riscaldamento, nelle loro case.

    La Russia è recidiva nel lasciarsi influenzare da pressioni esterne, soprattutto dall’Occidente, che siano di matrice economica o motivate ideologicamente. Molte fonti, infatti, vedono nella Russia di Putin un paese che vorrebbe insinuarsi nelle aree dove negli ultimi decenni si sono sedimentate le grandi potenze: Stati Uniti e Cina, o le ex potenze imperiali quali Francia e Turchia. Lo fa attraverso gli stanziamenti militari della federazione negli altri Paesi ai quali, non potendo permettersi la piena autonomia, non resta che scegliere se tollerare la presenza militare di una o dell’altra potenza. Come si può intuire e come accennato precedentemente, non sono solo il Venezuela o l’Iran a trovarsi in questa situazione di scelta e benché le parole del primo ministro canadese Mark Carney siano promettenti, esse si addicono poco a quelle aree del mondo mai autonome e da sempre soggette ad una politica imperialista.

    Cina

    Nel 2013 il presidente cinese, durante una visita in Kazakhstan, annuncia la Belt and Road initiative, dando inizio ad una vasta manovra di imperialismo economico che ad oggi coinvolge tra i 146 e i 150 paesi. Realizzata in forma di prestiti per la costruzione di nuove infrastrutture a paesi a basso reddito, l’iniziativa ha permesso a Pechino di accaparrarsi le risorse naturali africane e del sud-est asiatico. Le infrastrutture vengono costruite a scapito della salvaguardia ambientale e dei diritti dei lavoratori cinesi, che vengono assunti senza un contratto o permesso regolare e che lavorano nei paesi target in condizioni di sfruttamento. In più le infrastrutture potrebbero servire per isolare strategicamente Taiwan, in preparazione ad una eventuale annessione territoriale.

    Servirebbe un libro per elencare invece i soprusi e le atrocità compiute dalle autorità cinesi nella regione autonoma* (l’asterisco è d’obbligo) dello Xinjiang. La popolazione locale degli uiguri è costantemente minacciata dall’autorità di Pechino, che attraverso un controllo capillare degli spostamenti delle persone e uno stato di polizia sempre in vigore tenta dal 2014 di sradicare la cultura turchica e le pratiche religiose della regione. Nei campi di rieducazione, così chiamati per non tradire la loro natura genocida, le violenze e gli abusi sessuali sono all’ordine del giorno. Gli internati lavorano nei campi di cotone in uno stato di schiavitù forzata (lo Xinjiang esporta un quinto del cotone mondiale) e spesso vengono trasferiti in strutture detentive senza nessuna possibilità di appello alla giustizia.